L’archivio della Ditta Ferretti & Figlio di Fontanigorda
La ricerca, la stesura del testo e la selezione delle immagini sono state effettuate da Miriana Isola durante il tirocinio curricolare svolto presso la Soprintendenza archivistica e bibliografica della Liguria, nell’ambito della convenzione con l’Università degli Studi di Genova. Revisione a cura di Eleonora Baddour e Cristina Dal Molin.
L’archivio privato della ditta “Ferretti & Figlio” documenta la produzione e commercializzazione a livello nazionale ed europeo di derivati del fungo esca nel territorio dell’Alta Val Trebbia nei decenni tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo.
La ditta, gestita dalla famiglia Ferretti, nota come “Ditta Giovanni Andrea Ferretti” fino al 1907 circa, è nata a Fontanigorda (GE), in Alta Val Trebbia, intorno alla seconda metà del XIX secolo e ha proseguito la sua attività fino ai primi decenni del Novecento. La relazione tra sapienza artigianale, attitudine imprenditoriale e disponibilità della materia prima ha permesso lo sviluppo di tale industria in un territorio ‘depresso’ interessato al tempo da forti emigrazioni, diventando motore di sviluppo per la vallata, nella zona limitrofa al corso del fiume Trebbia1.
L’esca o fungo da esca (Fomes fomentarius), dopo un processo di lavorazione che porta alla creazione di un tessuto, era impiegata nella produzione di acciarini e nel settore chimico-farmaceutico. Questa produzione ha rappresentato un’eccellenza del territorio, diventando oggetto di commercio con diverse aziende non solo italiane ma anche europee.
L’archivio è stato dichiarato di interesse culturale nel 2020 dalla Soprintendenza archivistica e bibliografica della Liguria con decreto n. 21 del 16/07/2020 ed è composto da circa 375 unità documentarie fra lettere commerciali e cartoline postali, conservate in 8 raccoglitori. Comprende contratti di vendita datati dal 1878 al 1916 che permettono la ricostruzione della maggior parte delle relazioni commerciali che la ditta di Fontanigorda instaurò con grossisti e fornitori di materia prima dell’Impero d’Austria e Ungheria, della Francia, della Germania e della Svizzera, stabilendo contatti anche con la Spagna, le Isole Canarie, Trieste e Fiume.
Cenni geografici

La Val Trebbia è una valle attraversata dal fiume omonimo. Questo ha origine dal Monte Prelà nell’Appennino Ligure, non molto lontano da Torriglia (GE) e confluisce nel Po a San Nicolò a Trebbia, frazione di Rottofreno (PC), attraversando anche per un breve tratto la provincia di Pavia.
La valle presenta aree con caratteristiche morfologiche ben distinte: l’alta valle, tra la sorgente e Ottone (PC), la media valle fino a Bobbio (PC) ed infine la bassa valle fino a Piacenza.
Il fiume Trebbia, da https://www.openstreetmap.org/ via Wikipedia.org
Fontanigorda (GE) è situata sul versante sinistro della valle percorsa dal torrente Pescia, affluente destro del fiume Trebbia nella valle omonima2. Qui, con un’altitudine di quasi 1000 m s.l.m., vi sono corsi d’acqua a carattere torrentizio come il Brugneto, la vegetazione è principalmente boschiva, con prevalenza di castagneti e faggete alle quote più alte, mentre le praterie sono presenti limitatamente ma talvolta a quote significative. Oggi i terrazzamenti e le colture prative presentano segni di abbandono. Questa è la cornice paesaggistica che ha fatto da sfondo alla lavorazione ormai quasi dimenticata dell’esca.


Il fungo esca

Oggi il termine esca è associato al cibo che si offre a un animale per attirarlo in trappola ma in passato indicava anche un materiale utile ad innescare una fiamma e allo stesso tempo un prodotto vegetale adatto a fermare il sangue in caso di ferite.
Si tratta del prodotto della lavorazione di un particolare fungo parassita di alcune piante come faggio, frassino e pioppo, e, secondo diversi agronomi, anche della quercia, abete e alberi da frutto come il nocciolo.
Tale prodotto era presente in una delle piccole sacche del corredo della mummia Ötzi trovata nel 1991 preservata in un ghiacciaio in Alta Val Senales nelle Alpi orientali. Questa scoperta ha fornito una preziosa testimonianza che attesta che la lavorazione del fungo Fomes Fomentarius affonda le proprie radici in tempi antichi e che il prodotto era già allora considerato prodigioso.
Nei testi antichi di botanica l’esca si trova anche sotto il termine latino Agaricum. Fu descritta per le sue qualità mediche e come farmaco nel ‘De materia medica’ di Dioscoride (I sec. d.C.), tradotto e diffuso nel Cinquecento da Pietro Andrea Mattioli, il quale attribuì la derivazione del termine agaricum da una regione dell’antica Sarmazia, l’Agaria, a nord del Mar Nero dove era in uso la pratica della raccolta del fungo. Lo stesso Mattioli nel commento alle voci Picea et Pinus, parlando del fungo dell’esca, fa riferimento ai ‘montes Ananientes’ cioè i monti della Val di Non in Alto Adige, che all’epoca era chiamata Valle Aniana e che probabilmente Ötzi ha frequentato.

L’uso in campo medico del fungo come tessuto emostatico è da sottolineare perché spesso lo si trova sotto nomi differenti, non solo Agaricus ma anche Fomes, Esca, Plyporus e Boletus anche se quest’ultimo talvolta ha causato confusione, scambiando questa varietà col Boleto falsa esca e il Boleto ignarius. Per il micologo francese Jean Baptiste Buillard il procedimento per ottenere l’agarico chirurgico – diverso da quello per ricavare l’esca da fuoco – si ottiene esclusivamente dal Boletus unghiato, ed è del tutto simile a quello utilizzato dall’azienda di Fontanigorda.
I fabbricanti professionisti di esca non erano molti e per rifornirsi di materia prima si recavano nelle vaste foreste dei paesi di montagna, luoghi freschi ed umidi per la creazione delle perfette condizioni per la crescita di miceti e per la loro veloce propagazione. Non tutti i paesi usavano lo stesso identico materiale per la produzione di esca da fuoco, la materia prima differiva secondo il clima della zona di approvvigionamento.
L’industria dell’esca a Fontanigorda

La zona dell’Alta Val Trebbia che ospitò l’industria dell’esca di Fontanigorda è posizionata favorevolmente sull’arco appenninico, caratterizzata da vaste aree boschive. Qui la scarsità di risorse naturali ha sicuramente stimolato la ricerca del massimo rendimento o vantaggio possibile dai pochi prodotti che la natura ha fornito: il fungo da esca, grazie al territorio particolarmente adatto, unito al sapere antico relativo alla sua lavorazione, hanno permesso la nascita di una vera e propria industria.
Fontanigorda è stato in questo contesto un importante centro di produzione e lavorazione dell’esca per tutto l’Ottocento fino alla Seconda Guerra Mondiale nonostante non sia citata nel Dizionario Universale di Agricoltura del 1837 riguardo alla produzione industriale in Italia.
Le più antiche testimonianze storiche di un’attività legata allo sfruttamento delle faggete in Val Trebbia risalgono ai primi anni del XVII secolo: nel 1603 il principe Gio Andrea Doria concesse agli abitanti di Pentema e di Fontanigorda, in particolare ad alcune famiglie tra cui i Ferretti e i Biggi, il privilegio di tagliare il faggio a causa dell’estrema penuria di risorse, permettendo la fabbricazione di utensili di legno di uso comune. Si potrebbe affermare che i Doria, nel legalizzare una pratica preesistente attraverso la concessione, abbiano inconsapevolmente contribuito alla nascita di questa industria sul territorio.
Quasi sicuramente infatti gli abitanti già usavano il legno di faggio senza chiedere permesso – non sempre all’epoca era consuetudine – e, secondo le fonti, è possibile che vi fosse già una connessione tra la lavorazione del legno e l’industria dell’esca, attribuendo ai fontanigordesi l’originale lavorazione della trama miceliare del fomes lignari per ottenere un materiale a uso chimico-farmaceutico pur essendo già note le proprietà emostatiche del fungo nell’antichità.
Nell’Ottocento la piccola industria di Fontanigorda conobbe in pochi decenni uno sviluppo notevole coinvolgendo nella raccolta e lavorazione del fungo donne, uomini e anche bambini, pratica che talvolta divenne tradizione di famiglia. Tale sviluppo ha poi portato in breve tempo all’esportazione in Italia e in diversi paesi europei.
Le richieste ricevute dalla ditta Ferretti & Figlio riguardavano sia l’agarico chirurgico che l’esca da fuoco: le modalità di fabbricazione erano differenti ma comunque prevedevano alcune fasi comuni come l’essicazione in affumicatoi, il bagno in acqua per rendere la consistenza più malleabile, asciugatura, battitura, taglio, bagno in nitrato di sodio al 5% e stesura fino ad ottenere una morbidezza simile alla lana o velluto.
Questo tipo di lavorazione vedeva impiegate soprattutto le donne, in particolare nei periodi invernali. Una volta pronto, il tessuto veniva accumulato negli angoli della cucina e separato a seconda della qualità per la spedizione ed il commercio. La lavorazione, in quasi ogni sua fase, era faticosa e poteva creare seri danni alla salute in seguito al contatto con sostanze chimiche senza le dovute precauzioni.
Se la raccolta del fungo rimase sempre attività appannaggio dei fontanigordesi, si racconta che la sua vendita talvolta era soggetta alla presenza di ’intercettatori’ che compravano a Fontanigorda per poi rivendere altrove. Solo in seguito alcuni si misero in proprio, come le famiglie Biggi e Ferretti, creando vere e proprie ditte organizzate composte da raccoglitori del fungo, tagliatori, ecc.; questi avevano fabbriche e spacci anche a Marsiglia, in particolare la “Ferretti” creò diverse succursali a Ferrara e Ravenna, mentre la “Biggi” impiantò laboratori a Genova. Entrambe si aprirono con successo ai mercati esteri di Francia, Germania, Svizzera ed Austria-Ungheria.
Nonostante la notorietà raggiunta, oltre a fornire sostentamento a molte famiglie, l’industria dell’esca fontanigordese rimase sempre a carattere strettamente locale anche per la mentalità imprenditoriale e il supporto economico inadeguati, e nessuno tentò di ‘fare il passo più lungo della gamba’ per paura della prospettiva fallimentare di una mossa azzardata, mettendo a rischio sia l’azienda che i cittadini che vi lavoravano (non era insolito che i titolari si dedicassero alle mansioni più modeste oltre a gestire l’azienda).
I limiti organizzativi e la progressiva scomparsa della materia prima a causa dei disboscamenti e della costruzione di infrastrutture, intorno alla fine del XIX secolo, accompagnata dalla sempre maggiore richiesta di esca e lo scoppio delle guerre mondiali minarono la produzione locale.
La situazione si deteriorò ulteriormente quando si riaccese una lunga contesa tra Casanova di Rovegno e Fontanigorda circa l’uso comune di una faggeta, che si concluse nel 1929 quando la zona contesa fu legalmente assegnata a Casanova.
Malgrado gli ostacoli, le due principali ditte di Fontanigorda continuarono le proprie attività anche in Europa ma, con l’entrata in guerra che interruppe gli scambi e il rapido sviluppo tecnologico post-bellico, la chiusura delle fabbriche fu inevitabile.
Immagini





Marsiglia, 5 giugno 1882

Vienna, 4 febbraio 1909 (fronte)

Vienna, 4 febbraio 1909 (retro)


- Soprintendenza archivistica e bibliografica della Liguria, Dichiarazione di interesse culturale dell’archivio Ditta Ferretti & Figlio, decreto n. 21 del 16 luglio 2020. ↩︎
- www.cittametropolitana.genova.it sotto la voce ‘Fontanigorda’ ↩︎
- https://pianostrategico.cittametropolitana.genova.it/content/trebbia-e-alta-val-bisagno ↩︎
- Idem ↩︎
Bibliografia
- MORETTI I., GURZENI S., Il fungo che accese il fuoco della civiltà. Arte, mestieri e spiritualità, Abrabooks, 2025
- MORETTI I., Un’industria dimenticata: la fabbrica dell’esca a Fontanigorda (Ge), Ligures, Genova 2020

